Padiglione dello Zimbabwe – Felix Shumba

Biennale di Venezia 2026 — Padiglione dello Zimbabwe | Impressioni e riflessioni sull’arte contemporanea

Quando la materia diventa testimonianza

Esistono artisti che scelgono i materiali per le loro possibilità espressive. Altri, invece, sembrano cercare nella materia stessa una storia da raccontare. Felix Shumba appartiene a questa seconda categoria. Nel suo lavoro, il carbone non è soltanto uno strumento per disegnare. È ciò che rimane di qualcosa che è stato bruciato, trasformato, sottratto alla propria condizione originaria. Davanti alle sue opere, presentate alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, ci troviamo di fronte a una domanda che supera il linguaggio artistico: quanto della violenza esercitata sulla terra continua a esistere nella materia che quella stessa terra ci restituisce? Il nero dei suoi disegni non rappresenta semplicemente l’assenza di luce. È una presenza. Una memoria che resiste.

Chi è Felix Shumba

Nato nel 1989 a Bulawayo, nello Zimbabwe, Felix Shumba vive e lavora a Masvingo. La sua ricerca attraversa disegno, pittura, video, scrittura e installazione, esplorando le conseguenze del colonialismo, della violenza politica, dello sfruttamento economico e della distruzione ambientale. Al centro della sua pratica si trova un universo concettuale che l’artista definisce Fold Field Space (FFS), uno spazio immaginario in cui passato, presente e futuro non seguono necessariamente un ordine cronologico.

È un territorio nel quale le memorie storiche ritornano, si deformano e assumono nuovi significati. Le figure sembrano emergere da un mondo sospeso, attraversato da tensioni che non hanno ancora trovato una soluzione. La sua carriera internazionale comprende la Biennale di Sharjah del 2023, una mostra personale alla Galleria Fonti di Napoli nel 2024, la partecipazione ad Art Basel nel 2025 e importanti esperienze artistiche tra Europa, Africa e Stati Uniti. La sua presenza a Venezia nel 2026 si inserisce dunque in una ricerca consolidata, nella quale la storia dello Zimbabwe diventa il punto di partenza per interrogare questioni universali.

Il carbone: dalla distruzione alla creazione

Uno degli aspetti più significativi dell’opera di Shumba riguarda la preparazione del materiale. L’artista raccoglie rami provenienti da alberi abbattuti nelle aree minerarie vicine al territorio in cui vive. Attraverso un processo di pirolisi, che comporta la decomposizione termica della materia organica in condizioni di scarsità di ossigeno, trasforma questi frammenti vegetali in carbone da disegno.

Felix Shumba, serie di disegni a carbone su carta. Padiglione dello Zimbabwe, Biennale di Venezia 2026.

La scelta è profondamente significativa. Gli alberi, già separati dalla propria vita biologica, attraversano un’ulteriore trasformazione attraverso il fuoco. Ciò che resta diventa la sostanza con cui l’artista ricostruisce immagini, figure e paesaggi. Il procedimento conserva una contraddizione fondamentale: la distruzione produce la materia della creazione. Ma Shumba non si limita a raccogliere i rami. Documenta i luoghi attraverso coordinate GPS, fotografie, schizzi e registrazioni sonore, costruendo un archivio della trasformazione del territorio. Il paesaggio non è più soltanto il soggetto dell’opera. Diventa parte fisica della sua realizzazione.

La terra ferita fornisce la materia con cui viene raccontata la propria ferita.

In questa relazione tra origine e rappresentazione risiede una delle dimensioni più potenti della sua ricerca.

Da Masvingo a Venezia

La partecipazione di Felix Shumba alla Biennale di Venezia avviene attraverso il Padiglione nazionale dello Zimbabwe, con il progetto Second Nature | Manyonga, curato da Fadzai Veronica Muchemwa. L’esposizione riunisce cinque artisti: Felix Shumba, Gideon Gomo, Eva Raath, Franklyn Dzingai e Pardon Mapondera. Il percorso curatoriale affronta il concetto di neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di riorganizzarsi attraverso le esperienze. Trasportata nel campo artistico, questa idea diventa una riflessione sulla trasformazione delle identità, delle comunità e delle modalità attraverso cui interpretiamo il mondo. Il termine Manyonga, nella lingua shona, richiama le braccia e l’abbraccio, suggerendo la possibilità di costruire relazioni attraverso il cambiamento. All’interno di questa proposta, Shumba introduce una questione essenziale: trasformarsi significa necessariamente guarire? Una società può adattarsi alle conseguenze della violenza senza averle realmente superate? E quando la trasformazione diventa una necessità imposta dalle circostanze, possiamo ancora considerarla una forma di libertà?

Telephone Reader: l’essere umano e la macchina

Tra le opere presentate a Venezia compare la serie Telephone Reader (2025), composta da disegni a carbone che indagano il rapporto tra il corpo umano e la comunicazione.

Wheel-telegram-east-window-line 145XV7-lower (2025)

Le figure sembrano assorbite da un gesto di lettura o ascolto, mentre il dispositivo verso cui si rivolge la loro attenzione non appare chiaramente. Il corpo continua a eseguire un gesto che sembra essere diventato automatico. È un’immagine particolarmente attuale. La tecnologia ha modificato non soltanto il nostro modo di comunicare, ma anche la postura del corpo, la durata dell’attenzione e il rapporto con il silenzio. Nell’opera di Shumba, il telefono può diventare il simbolo di una relazione nella quale l’essere umano non controlla più completamente gli strumenti che utilizza. La macchina non ha bisogno di essere rappresentata per manifestare la propria presenza. È sufficiente osservare il comportamento del corpo. In questa prospettiva, Telephone Reader dialoga direttamente con il tema curatoriale della Biennale: il cambiamento non riguarda soltanto ciò che pensiamo, ma anche il modo in cui impariamo, quasi inconsapevolmente, a esistere.

Le grandi superfici nere e la fragilità della memoria

Accanto alla serie Telephone Reader, Shumba presenta il disegno monumentale Wheel-telegram-east-window-line 145XV7-lower. Le grandi superfici realizzate con il carbone producono una presenza visiva intensa, quasi opposta alla fragilità del materiale utilizzato. Il carbone può essere disperso, alterato dall’umidità, cancellato. Eppure, attraverso l’accumulo degli strati e la dimensione delle immagini, l’artista attribuisce a questa materia instabile una forza monumentale. La contraddizione diventa ancora più significativa a Venezia, città costruita in costante relazione con l’acqua, dove l’umidità può influenzare fisicamente il supporto e il pigmento. L’opera non è necessariamente una superficie immutabile. Può continuare a trasformarsi durante il periodo dell’esposizione. La memoria, del resto, non è mai completamente stabile. Ricordare significa ricostruire, selezionare, dimenticare, reinterpretare. Le immagini di Shumba sembrano appartenere proprio a questa condizione: qualcosa emerge dall’oscurità, ma non tutto può essere identificato o definitivamente recuperato.

La memoria coloniale e il diritto di immaginare il futuro

La ricerca dell’artista nasce anche dal confronto con la storia della Rhodesia, il sistema coloniale che precedette l’indipendenza dello Zimbabwe nel 1980.

Le sue immagini interrogano i dispositivi di potere, la militarizzazione, le gerarchie razziali e i processi di sfruttamento che hanno segnato il territorio. Tuttavia, ridurre Shumba a un artista che denuncia il passato coloniale sarebbe insufficiente. La sua ricerca riguarda ciò che accade quando il passato continua a organizzare il presente, influenzando le possibilità del futuro. Le figure, spesso inquietanti e difficili da interpretare, sembrano abitare una dimensione nella quale l’esperienza storica non è conclusa. La violenza sopravvive attraverso le strutture economiche, le trasformazioni ambientali e le forme di controllo. Ma sopravvive anche nella memoria collettiva e nei gesti quotidiani. Per questo, la sua arte non propone una narrazione rassicurante della resilienza. Resistere non significa necessariamente essere liberi. E adattarsi non equivale sempre a superare ciò che ha provocato la necessità del cambiamento.

In Minor Keys: la forza di ciò che rischia di scomparire

La partecipazione di Felix Shumba assume un significato particolare nel contesto di In Minor Keys, il progetto curatoriale concepito da Koyo Kouoh per la Biennale Arte 2026. Se l’espressione In Minor Keys invita a riconoscere il valore delle voci meno ascoltate e dei linguaggi che sfuggono alla spettacolarizzazione, il lavoro di Shumba propone una forma di attenzione radicale. La sua opera non cerca di cancellare la fragilità del materiale. Al contrario, la rende visibile. Non nasconde le trasformazioni della materia, ma le assume come parte del linguaggio artistico. E soprattutto non separa la creazione dalla storia delle sostanze utilizzate. Il carbone diventa così un collegamento tra ecologia, memoria, storia e rappresentazione. È la dimostrazione che anche un materiale apparentemente semplice può contenere una complessa geografia di relazioni.

Ciò che rimane dopo il fuoco

Nell’opera di Felix Shumba, ciò che è stato distrutto non scompare completamente. Un ramo abbattuto diventa carbone. Il carbone diventa immagine. L’immagine diventa testimonianza. Non si tratta necessariamente di una riconciliazione. La trasformazione non restituisce l’albero alla vita, né cancella la violenza che ha attraversato il territorio. Ma permette di costruire una nuova possibilità di lettura. Forse è proprio questo uno dei significati più profondi della sua presenza alla Biennale di Venezia: ricordarci che la materia non è mai completamente neutrale e che ogni immagine può contenere una storia precedente alla sua stessa esistenza.

Felix Shumba non disegna soltanto con il carbone. Disegna con ciò che rimane dopo la distruzione.

E ci costringe a domandarci quanta parte del nostro presente sia costruita sulle ceneri di ciò che abbiamo preferito dimenticare.


Biennale Arte 2026 — In Minor Keys

Padiglione dello Zimbabwe — Second Nature | Manyonga

Curatela: Fadzai Veronica Muchemwa

Santa Maria della Pietà, Venezia — 9 maggio / 22 novembre 2026

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