IN MINOR KEYS — La grandezza di ciò che il mondo ha imparato a sminuire

Una riflessione sulla Biennale Arte di Venezia 2026, sul significato del suo titolo, sulla memoria, sulla resistenza al fascismo e sulla necessità di imparare nuovamente a guardare.

di Vilma Bieniek

Venezia, ottobre 2026

Durante la mia visita alla Biennale Arte di Venezia 2026, un’italiana mi ha fatto un’osservazione che ha continuato ad accompagnarmi. Secondo lei, questa edizione sarebbe stata dedicata a una sorta di «arte minore». Quell’espressione ha suscitato immediatamente in me una domanda: esiste davvero un’arte minore? Oppure esistono manifestazioni artistiche che, nel corso della storia, sono state sminuite perché non corrispondevano ai criteri stabiliti da coloro che detenevano il potere di decidere che cosa meritasse di essere riconosciuto come arte? Era la mia prima esperienza alla Biennale di Venezia. Ho attraversato diverse esposizioni, incontrando linguaggi che mi hanno sorpresa, altri che mi hanno profondamente emozionata e alcuni che hanno suscitato in me interrogativi di natura estetica. In molte opere ho percepito una particolare freschezza, una disposizione a raccontare il mondo attraverso percorsi meno prevedibili. Ma, per comprendere questa esperienza, ho sentito il bisogno di approfondire la proposta della curatrice Koyo Kouoh e il significato del titolo scelto per la 61. Esposizione Internazionale d’Arte: In Minor Keys.

Che cosa significa In Minor Keys?

L’espressione inglese In Minor Keys può essere tradotta come «In tonalità minori». Si tratta di una metafora presa in prestito dalla musica, sebbene l’esposizione non sia dedicata all’arte musicale. Nella musica, le tonalità minori evocano spesso introspezione, malinconia, tensione e profondità emotiva. Ma non sono, in alcun modo, inferiori alle tonalità maggiori. Sono semplicemente modi diversi di organizzare i suoni, creare atmosfere ed esprimere esperienze. Una sinfonia in tonalità minore può essere monumentale. Una composizione costruita con pochissimi elementi può raggiungere un’intensità straordinaria. La metafora scelta da Kouoh parte da questa consapevolezza e la amplia. Nel suo pensiero curatoriale, le tonalità minori rappresentano anche le voci discrete, i ritmi quotidiani, i saperi tramandati di generazione in generazione, gli universi comunitari e le piccole forme di esistenza che persistono anche di fronte alle grandi tragedie dell’umanità. Esiste inoltre un secondo significato poetico: quello delle piccole isole, dei rifugi e dei territori nei quali la vita continua a trovare il modo di esistere. Sono immagini di resistenza, ma anche di convivenza. In un mondo dominato dallo spettacolo della violenza, dalle guerre, dal potere economico e dalla necessità incessante di produrre un impatto, la curatrice propone un cambiamento di frequenza. Ascoltare ciò che non grida. Guardare ciò che non cerca di dominare il nostro sguardo. Riconoscere la dimensione straordinaria di ciò che, per molto tempo, abbiamo imparato a considerare insignificante.

Koyo Kouoh

Ciò che è minore, dunque, non è necessariamente ciò che possiede meno valore. Può essere ciò per cui non abbiamo ancora sviluppato la sensibilità necessaria.

L’arte e le gerarchie del potere

Per secoli, la storia dell’arte è stata costruita attraverso gerarchie profondamente legate al potere politico, economico e coloniale. Alcune manifestazioni hanno ottenuto il riconoscimento istituzionale e sono entrate a far parte di ciò che convenzionalmente chiamiamo grande arte. Altre sono state relegate nelle categorie dell’artigianato, del folclore, dell’oggetto rituale o dell’espressione popolare. Le culture indigene, africane e comunitarie hanno visto frequentemente le proprie creazioni giudicate secondo criteri estranei alle loro esperienze storiche. Non si trattava soltanto di una classificazione estetica. Era anche un modo per stabilire quali civiltà avessero l’autorità di rappresentare il mondo e quali dovessero rimanere nella condizione di oggetto di osservazione. Koyo Kouoh, attraverso la sua proposta, mette in discussione questa struttura. L’arte non nasce necessariamente nel museo, né dipende da un’istituzione per acquisire profondità umana. Prima ancora di essere riconosciuta dal mercato o dalla critica, una manifestazione artistica può già custodire secoli di memoria, conoscenza, invenzione e significato. Tuttavia, ritengo importante fare una distinzione: riconoscere il valore delle espressioni storicamente marginalizzate non significa rinunciare alla critica estetica. Non ogni opera è straordinaria soltanto perché appartiene a una cultura trascurata. La diversità, da sola, non garantisce profondità artistica. Anche l’intenzione politica, per quanto legittima, non può sostituire l’esperienza estetica. Ma come possiamo valutare un’opera quando gli stessi criteri di valutazione sono stati costruiti attraverso una storia di esclusioni? Forse è proprio questa una delle domande più importanti sollevate dalla Biennale. Non si tratta di sostituire una gerarchia con un’altra. Si tratta di ampliare la capacità umana di riconoscere la creazione là dove prima esistevano soltanto pregiudizio o ignoranza.

La memoria di fronte al ritorno del fascismo

La mia esperienza veneziana è stata attraversata anche da una preoccupazione che va oltre la dimensione artistica: il rafforzamento contemporaneo dei movimenti autoritari e dei discorsi che recuperano elementi storici del fascismo. In diverse società, l’intolleranza, il nazionalismo escludente, la disumanizzazione dell’altro e il tentativo di controllare le narrazioni storiche tornano a occupare spazi inquietanti. Il fascismo non si manifesta soltanto attraverso regimi politici formalmente costituiti. La sua logica può riemergere nel linguaggio, nella normalizzazione della violenza, nella costruzione di nemici e nel rifiuto della pluralità umana. È stato impossibile non pensare a Tadeusz Kantor, artista polacco di cui ammiro profondamente l’opera e con il cui universo ho avuto l’opportunità di confrontarmi nuovamente a Venezia. Kantor ha compreso come pochi altri la forza della memoria, la presenza dei morti nella vita dei vivi, i traumi storici e la capacità del teatro di trasformare oggetti pparentemente insignificanti in testimonianze perturbanti dell’esistenza. Nella sua opera, il passato non scompare. Ritorna, occupa lo spazio, pretende di essere riconosciuto. E c’è qualcosa che mi commuove particolarmente in Kantor: la sua grandezza non dipende soltanto dalla monumentalità. Anche quando lavora con oggetti modesti, manichini, sedie o frammenti della quotidianità, il suo universo artistico supera con una forza dirompente i limiti materiali dell’opera. Kantor mi appare immenso perché riesce a trasformare la fragilità umana in un’esperienza estetica di straordinaria intensità. È anche per questo che la sua presenza nelle mie riflessioni sulla Biennale assume un significato così particolare. Se Koyo Kouoh ci invita ad ascoltare le tonalità minori, Kantor ci dimostra che ciò che appare piccolo può portare sulle proprie spalle il peso insopportabile della storia. Sono linguaggi differenti, ma che, nella mia percezione, possono incontrarsi nel territorio della memoria e della resistenza. E la memoria è una delle prime vittime dei progetti autoritari.

Anche la delicatezza può essere rivoluzionaria

Una delle caratteristiche che più mi hanno interessata nelle esposizioni visitate è stata la possibilità di incontrare esperienze artistiche che non dipendevano dalla provocazione spettacolare né dall’aggressività visiva.Alcune opere sembravano invitare a una relazione più lenta con lo spazio, con il corpo e con gli elementi naturali.In un’installazione, la presenza dell’acqua ha risvegliato in me una percezione intensa del suo rapporto con l’esistenza umana. L’acqua non si presentava soltanto come elemento della natura. Diventava una presenza capace di attraversare la memoria, i territori e la stessa costituzione degli esseri viventi. Ho pensato a quanto spesso immaginiamo l’umanità separata dalla natura, quando invece ne siamo parte integrante. Questo è uno dei poteri più straordinari dell’arte: restituire sensibilità a ciò che la conoscenza razionale, da sola, non riesce a rendere pienamente presente. Allo stesso tempo, queste esperienze mi hanno portata a riflettere sulla forza politica della delicatezza. Viviamo in un’epoca che sembra esigere manifestazioni sempre più intense perché qualcosa venga percepito. Le immagini competono per conquistare l’attenzione, i discorsi diventano più aggressivi e la velocità impedisce frequentemente la riflessione. Di fronte a tutto questo, rallentare può assumere un significato politico. Ascoltare l’altro, preservare una memoria familiare, riconoscere un sapere ancestrale, prendersi cura di un territorio o osservare il movimento dell’acqua non sono necessariamente gesti di passività. Possono rappresentare un rifiuto della logica della distruzione. La delicatezza non è il contrario della forza. A volte è la sua forma più persistente di resistenza.

L’eredità di Koyo Kouoh

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Padiglione dello Zimbabwe, Second Nature | Manyonga, 61ª Biennale d’Arte di Venezia, 2026. A cura di Fadzai Veronica Muchemwa. Fotografia: Vilma Bieniek.
Le figure emergono dal carbone come presenze sospese tra memoria e cancellazione. Corpi che sembrano appartenere a una storia ancora incompiuta, testimoni silenziosi di ciò che resiste alla scomparsa. Un’immagine che dialoga con lo spirito di In Minor Keys: riconoscere la forza di ciò che la storia ha spesso lasciato ai margini.

Esiste una dimensione particolarmente commovente in questa edizione della Biennale. Koyo Kouoh è scomparsa nel maggio 2025, prima di poter vedere realizzata l’esposizione che aveva concepito. Il suo progetto, tuttavia, era già sufficientemente sviluppato perché il gruppo di lavoro da lei scelto potesse portarlo avanti, con il sostegno della famiglia e dell’istituzione. La 61. Esposizione Internazionale d’Arte è diventata così anche un’esperienza di continuità collettiva. Questa circostanza dialoga in modo significativo con il concetto curatoriale stesso. L’arte appare come una costruzione fatta di incontri, trasmissioni, permanenze e trasformazioni. Un’idea non deve necessariamente scomparire con la morte di chi l’ha concepita. Può continuare a esistere attraverso coloro che la comprendono, la custodiscono e la sviluppano. In un tempo segnato dalla glorificazione dei leader e dalla concentrazione simbolica del potere, considero particolarmente importante riconoscere la capacità umana di costruire qualcosa che superi l’esistenza individuale. C’è, in questa continuità, un gesto di fiducia nell’altro. E forse anche questo è uno dei messaggi più belli di questa edizione.

In fondo, esiste davvero un’arte minore?

Dopo aver attraversato le esposizioni e riflettuto sulla proposta di Kouoh, continuo a credere che l’arte debba essere valutata per la forza del suo linguaggio, per la profondità della sua ricerca e per la capacità di trasformare la nostra percezione dell’esistenza. Non credo che ogni esperienza visiva debba essere automaticamente elevata alla condizione di grande arte. La critica è necessaria, anche per preservare l’importanza stessa della creazione artistica. Ma comprendo anche che non possiamo continuare a utilizzare criteri costruiti sull’esclusione per determinare il valore di espressioni nate da altre storie, culture e necessità umane. Un’opera non è minore perché utilizza materiali semplici. Non è minore perché nasce in una comunità lontana dai grandi centri. Non è minore perché si manifesta attraverso saperi ancestrali, pratiche collettive o linguaggi che non corrispondono alla tradizione artistica europea. E, allo stesso modo, un’opera non diventa grandiosa soltanto perché possiede dimensioni monumentali, raggiunge cifre straordinarie sul mercato o occupa un’istituzione prestigiosa. La vera grandezza artistica non può essere ridotta alla scala fisica, al prestigio o all’origine di chi crea. Forse è necessario sostituire la domanda «Che cos’è un’arte minore?» con un’altra, più scomoda:

Chi ci ha insegnato a considerare alcune espressioni umane inferiori ad altre?

Questa domanda possiede una dimensione estetica, ma anche storica e politica. Perché gli stessi meccanismi che classificano alcune culture come inferiori possono contribuire a classificare popoli, memorie e modi di esistere come sacrificabili. Ed è precisamente a questo punto che la riflessione sull’arte incontra la preoccupazione per il ritorno del fascismo. Dove l’autoritarismo cerca di imporre una narrazione unica, l’arte può preservare la molteplicità. Dove la violenza pretende di cancellare la memoria, l’arte può restituire presenza a coloro che sono stati messi a tacere. Dove il potere esige obbedienza, l’immaginazione può aprire nuovi percorsi. Lasciando Venezia, ho compreso che il contributo più importante di In Minor Keys, per me, non consisteva nell’offrire una nuova definizione dell’arte, ma nel provocare una trasformazione del modo di guardare. La Biennale non mi ha insegnato che tutto è arte, né che tutte le opere possiedono la stessa importanza. Mi ha invitata a diffidare delle gerarchie che stabiliscono in anticipo ciò che merita la nostra attenzione. E questo, nel nostro tempo, non è poco.

Forse non esiste un’arte minore. Forse esiste uno sguardo che non ha ancora imparato a riconoscere tutte le dimensioni della grandezza umana.

In tempi di crescente autoritarismo, imparare ad ascoltare ciò che è stato messo a tacere può essere uno dei gesti di resistenza più necessari.

Perché l’arte non ha bisogno di gridare per essere rivoluzionaria.

A volte basta che ci restituisca la capacità di ascoltare.

Nota curatoriale — Il progetto di Koyo Kouoh

La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, In Minor Keys, è stata concepita da Koyo Kouoh (1967–2025) come uno spazio di ascolto, incontro e immaginazione. Il suo progetto riunisce 110 partecipanti, tra artisti, collettivi e organizzazioni artistiche, valorizzando pratiche creative legate alla memoria, alla dimensione comunitaria, alla poesia, alla spiritualità e alla relazione con la natura. Attraverso santuari, giardini, processioni e luoghi di condivisione, Kouoh ha immaginato una Biennale capace di sottrarsi alla logica dello spettacolo permanente, restituendo centralità alla sensibilità, alla gioia, alla cura e alle forme quotidiane di resistenza. Scomparsa nel maggio 2025, prima dell’apertura dell’esposizione, ha lasciato un progetto che il suo gruppo di lavoro ha portato a compimento, trasformando la Biennale anche in una testimonianza di continuità e creazione collettiva.

Fonte: La Biennale di Venezia, In Minor Keys, testo curatoriale di Koyo Kouoh e del Koyo’s Team.

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