Biennale di Venezia 2026 — Impressioni | Articolo 4
Viviamo su un pianeta che non smette mai di muoversi. Sotto i nostri piedi, la Terra accumula tensioni, modifica lentamente la propria struttura e produce vibrazioni che non siamo in grado di percepire. Eppure continuiamo a comportarci come se il suolo sul quale abbiamo costruito le nostre città fosse qualcosa di immobile e definitivo. È proprio questa apparente stabilità che Alexandre Estrela mette in discussione con RedSkyFalls, l’installazione che rappresenta il Portogallo alla Biennale di Venezia 2026. L’artista portoghese, nato a Lisbona nel 1971, lavora da anni sul rapporto tra immagine, percezione e tecnologia. Le sue opere non cercano semplicemente di ppresentare la realtà, ma di interrogare i meccanismi attraverso i quali arriviamo a conoscerla. In RedSkyFalls, curata da Ana Baliza e Ricardo Nicolau, costruisce un ecosistema digitale che reagisce in tempo reale all’attività sismica del pianeta. La Terra si muove. Il sistema riceve i segnali. Piccoli organismi artificiali modificano il proprio comportamento. La prima domanda che mi interessa non riguarda la tecnologia utilizzata dall’artista, ma qualcosa di molto più elementare. Quanto del mondo che abitiamo siamo realmente capaci di percepire?
Gli esseri che sentono ciò che noi non sentiamo
Nell’installazione, un paesaggio montuoso proveniente dal desktop di un computer diventa l’habitat di piccoli organismi luminosi, chiamati Réplicas, che si muovono all’interno delle scanalature di lastre di alluminio. Queste creature sono costruzioni digitali ispirate ai movimenti di diversi animali. Possiedono gesti che ricordano il movimento della coda di una larva di pesce, le contrazioni di un lombrico o la vibrazione delle zampe di un insetto. Non sono esseri viventi. Eppure sembrano comportarsi come se lo fossero. Quando il sistema registra determinati segnali sismici, le creature reagiscono. Si agitano, si immobilizzano, si ritirano nei loro rifugi e successivamente riprendono i propri movimenti. L’artista recupera così un’antica osservazione: alcuni animali possono manifestare comportamenti insoliti in relazione a fenomeni naturali che gli esseri umani non percepiscono direttamente. Questo non significa che gli animali siano capaci di prevedere scientificamente i terremoti. La previsione precisa degli eventi sismici rimane un problema irrisolto. Ma sappiamo che le capacità sensoriali delle specie sono differenti. Un animale può percepire vibrazioni che noi non sentiamo. Un insetto può reagire a stimoli che non riconosciamo. Il mondo non si limita alle frequenze accessibili al nostro corpo. E allora mi domando: quanto è antropocentrica la nostra idea di realtà? Abbiamo costruito gran parte della conoscenza a partire dai nostri sensi, attribuendo alla percezione umana una posizione privilegiata. Ma ciò che non vediamo non smette di esistere, e ciò che non sentiamo può essere determinante per la nostra sopravvivenza. Estrela crea artificialmente organismi capaci di reagire a informazioni che normalmente ci sfuggono. Ed è proprio qui che nasce una contraddizione interessante. Abbiamo bisogno della tecnologia per ricordarci che non siamo gli unici esseri capaci di percepire il mondo.

Dal terremoto di Lisbona alla nuova fede tecnologica
Il progetto stabilisce anche un legame con il terremoto che devastò Lisbona il 1º novembre 1755. La catastrofe, seguita da uno tsunami e da incendi, provocò una delle grandi crisi del pensiero europeo del Settecento. Il terremoto non distrusse soltanto edifici. Mise in discussione la convinzione che ogni evento naturale dovesse essere interpretato attraverso la volontà divina. Voltaire affrontò il problema del male e della sofferenza. Kant cercò spiegazioni fisiche per i terremoti. La natura iniziava a essere osservata sempre più attraverso gli strumenti dell’indagine scientifica. Quasi tre secoli dopo, RedSkyFalls sembra suggerire una nuova trasformazione. Se un tempo cercavamo nella religione le risposte ai fenomeni che non comprendevamo, oggi non rischiamo forse di attribuire alla tecnologia una fiducia altrettanto assoluta? La differenza tra conoscenza scientifica e fede tecnologica mi sembra fondamentale. La scienza richiede verifica, confronto, dubbio. Una risposta scientifica rimane aperta alla possibilità di essere corretta. La tecnologia, invece, soprattutto quando opera attraverso sistemi complessi e poco trasparenti, può offrirci risultati senza mostrarci chiaramente il processo che li ha prodotti. Sappiamo che qualcosa accade perché una macchina ce lo comunica. Ma comprendiamo davvero ciò che sta accadendo? Il filosofo Martin Heidegger, nel saggio La questione della tecnica, pubblicato nel 1954, rifletteva sul rischio che la tecnica moderna trasformasse il nostro rapporto con il mondo, inducendoci a considerare la natura soprattutto come una risorsa da organizzare e rendere disponibile. Mi sembra che questa riflessione trovi una nuova attualità nell’opera di Estrela. La Terra viene trasformata in dati. I dati vengono elaborati da sistemi digitali. I sistemi producono immagini e comportamenti che possiamo osservare. Ma in questa successione di traduzioni, quanto rimane della nostra relazione diretta con la natura?
Una natura che esiste dentro lo schermo
C’è un elemento dell’installazione che considero particolarmente significativo: il paesaggio digitale. Le montagne che ospitano le creature artificiali provengono all’immaginario visivo di un sistema operativo. È una natura che abbiamo già visto, ma non necessariamente visitato. Una montagna trasformata in immagine. Un territorio diventato sfondo. Una rappresentazione costruita per accompagnare la nostra esperienza quotidiana davanti a un computer. Oggi osserviamo continuamente paesaggi attraverso gli schermi. Conosciamo foreste grazie ai satelliti, seguiamo gli oceani attraverso modelli climatici e possiamo assistere a un terremoto dall’altra parte del pianeta senza avvertire il minimo movimento. Questi strumenti costituiscono conquiste straordinarie. Ma producono anche una nuova forma di distanza. Possiamo vedere senza esserci. Possiamo ricevere informazioni senza fare esperienza. Possiamo conoscere la temperatura di un luogo senza averne mai sentito il calore. Il filosofo francese Jean Baudrillard, in Simulacres et Simulation (1981), rifletteva su una società nella quale le rappresentazioni possono arrivare a sostituire la nostra esperienza del reale. Non credo che ogni immagine digitale rappresenti una perdita di autenticità. Sarebbe una conclusione troppo semplice. Ma credo che Estrela ci metta davanti a una questione importante: quando la nostra relazione con il mondo passa continuamente attraverso dispositivi tecnologici, siamo ancora capaci di distinguere l’esperienza dalla sua rappresentazione?
La Terra non conosce frontiere
RedSkyFalls non esiste soltanto a Venezia. L’opera è collegata a una rete internazionale di installazioni che comprende Lisbona, Los Angeles, San Francisco, Lima e Città del Messico. Le Réplicas reagiscono ai segnali dell’attività sismica globale, creando relazioni tra luoghi geograficamente lontani. Questa dimensione della mostra mi sembra particolarmente interessante. Abbiamo diviso il pianeta in Stati, stabilito confini, costruito identità nazionali e sviluppato conflitti per il controllo dei territori. Ma la Terra non riconosce nessuna di queste divisioni. Un terremoto non rispetta una frontiera. Le placche tettoniche non appartengono a una nazione. I processi geologici seguono dinamiche molto più antiche delle nostre organizzazioni politiche. In un mondo nel quale le società continuano a rivendicare il possesso esclusivo di territori, l’opera ci ricorda che abitiamo un sistema naturale interdipendente. Le distanze geografiche non eliminano le connessioni. E forse questa è anche una riflessione sulla fragilità delle nostre convinzioni di controllo. Possiamo amministrare un territorio, modificarne la superficie, sfruttarne le risorse. Ma non possiamo decidere il comportamento delle forze geologiche sulle quali abbiamo costruito le nostre città. La natura continua a esistere indipendentemente dalla nostra volontà.

La sensibilità artificiale è davvero sensibilità?
È qui che vorrei introdurre un’altra questione, che considero centrale per il nostro tempo. Le creature di RedSkyFalls reagiscono ai movimenti della Terra. Il loro comportamento sembra suggerire paura, allerta, prudenza e ritorno alla tranquillità. Ma provano davvero qualcosa? Naturalmente, il progetto non dimostra che questi organismi digitali possiedano coscienza o emozioni. Le loro reazioni sono prodotte da un sistema progettato per trasformare segnali in comportamenti visibili. Eppure noi siamo portati a interpretarli attraverso categorie umane. Quando si agitano, immaginiamo che abbiano paura. Quando si nascondono, riconosciamo un istinto di sopravvivenza. Attribuiamo intenzioni a movimenti generati artificialmente. Questa tendenza mi sembra particolarmente significativa nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Parliamo sempre più spesso di macchine che pensano, comprendono, apprendono e decidono. Sono termini utili per descrivere determinate capacità operative, ma possono indurci a confondere il funzionamento di un sistema con l’esperienza soggettiva di un essere vivente. Il filosofo John Searle, attraverso il celebre esperimento mentale della stanza cinese, pubblicato nel 1980, mise in discussione l’idea che la manipolazione corretta di simboli fosse sufficiente a dimostrare una vera comprensione. La sua posizione rimane oggetto di dibattito, ma la domanda conserva tutta la sua forza. Un sistema che risponde correttamente a uno stimolo comprende necessariamente ciò a cui sta rispondendo? E noi, che osserviamo quelle risposte, siamo sempre in grado di riconoscere la differenza?
Il significato delle piccole vibrazioni
La Biennale di Venezia 2026, concepita da Koyo Kouoh attorno al tema In Minor Keys, invita a riconoscere la forza di ciò che solitamente rimane ai margini dell’attenzione. Nell’opera di Estrela, questa dimensione emerge attraverso le vibrazioni minime, i movimenti quasi impercettibili e le reazioni di creature minuscole. Non è necessario che il mondo esploda perché qualcosa di importante stia accadendo. Mi sembra una riflessione che possiamo estendere ben oltre i fenomeni naturali. Anche le società cambiano attraverso piccoli segnali che frequentemente non sappiamo interpretare. Una trasformazione culturale può iniziare con un gesto apparentemente insignificante. Una crisi politica può svilupparsi attraverso tensioni che per anni rimangono invisibili. Un cambiamento ambientale può accumularsi lentamente prima di manifestare conseguenze irreversibili. Tendiamo a riconoscere i grandi avvenimenti quando diventano impossibili da ignorare. Ma quanto siamo attenti ai segnali che li precedono? La questione non è immaginare che ogni piccolo movimento annunci necessariamente una catastrofe. È imparare a riconoscere che la realtà non coincide soltanto con i suoi eventi più spettacolari. Forse è anche questo uno dei significati più profondi delle tonalità minori proposte dalla Biennale. Restituire importanza a ciò che il rumore del mondo ci impedisce di ascoltare.
E quando le macchine sentiranno per noi?
Ritorno infine alla domanda che considero più inquietante. Stiamo sviluppando tecnologie capaci di registrare fenomeni che sfuggono completamente ai nostri sensi. Possiamo osservare movimenti impercettibili, riconoscere schemi complessi e ricevere informazioni provenienti da luoghi nei quali non siamo mai stati. Questa possibilità rappresenta un’espansione straordinaria della conoscenza umana. Ma comporta anche una responsabilità. Se le macchine diventano progressivamente i nostri principali strumenti di percezione, dobbiamo evitare che diventino anche autorità alle quali rinunciamo a chiedere spiegazioni. La tecnologia può ampliare la conoscenza. Non dovrebbe sostituire la nostra capacità critica. Ed è proprio in questa tensione che riconosco il valore dell’opera di Alexandre Estrela. RedSkyFalls non ci mostra semplicemente una Terra in movimento. Ci colloca davanti a un sistema nel quale la natura comunica attraverso segnali, le macchine li traducono e noi cerchiamo di attribuire loro un significato. Tre livelli diversi: il fenomeno, la rappresentazione e la comprensione. Non sono la stessa cosa. Forse il rischio più grande del nostro tempo non è che le macchine diventino capaci di percepire ciò che non percepiamo. È che noi, abituandoci alle loro interpretazioni, smettiamo progressivamente di interrogarci su ciò che ci mostrano. La Terra continuerà a muoversi, indipendentemente dalla nostra presenza e dai nostri strumenti. Le macchine continueranno a registrare i suoi segnali. Ma quando avremo trasformato ogni vibrazione in un dato e ogni dato in un’immagine, saremo davvero più vicini alla comprensione del mondo? Oppure avremo soltanto costruito un sistema sempre più sofisticato per osservare una realtà dalla quale ci stiamo allontanando?
Vilma Bieniek
Venezia, ottobre 2026.
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