Biennale di Venezia 2026 — Impressioni | Articolo 3

Sono entrata nella Chiesa di San Giovanni Evangelista, a Venezia, e mi sono trovata davanti a una mostra che mi ha fatto riflettere meno sul passato di una nazione e più sul futuro di tutte le nazioni. Official. Unofficial. Belarus. è un’installazione di denuncia politica. Ma il suo merito, a mio avviso, va oltre la rappresentazione della realtà repressiva della Bielorussia. Ci costringe a interrogarci sul tipo di società che stiamo costruendo e su quanta libertà saremo disposti a cedere in nome della sicurezza, dell’ordine e della tecnologia. La prima contraddizione riguarda la partecipazione stessa del Paese alla Biennale.
Chi ha il diritto di rappresentare una nazione?
La Bielorussia non ha un padiglione nazionale in questa edizione del 2026. Eppure, la sua cultura è presente attraverso il Belarus Free Theatre (Teatro Libero della Bielorussia), compagnia teatrale indipendente fondata a Minsk nel 2005 da Natalia Kaliada e Nicolai Khalezin, come risposta alla censura e alla repressione della libertà artistica. Ostacolata dalle autorità bielorusse per ragioni politiche, la compagnia ha sviluppato la propria attività internazionale dall’esilio, intrecciando creazione teatrale, educazione e difesa dei diritti umani. È grazie a questa iniziativa che la mostra è entrata nel programma degli eventi collaterali ufficiali della Biennale di Venezia, senza rappresentare istituzionalmente il governo bielorusso. Curata da Daniella Kaliada e Natalia Kaliada, riunisce opere di Sergey Grinevich, Nicolai Khalezin e Vladimir Tsesler, insieme ai contributi dello chef Rasmus Munk e della compositrice Olga Podgayskaya.
Questa distinzione mi sembra essenziale.
Un governo rappresenta istituzionalmente un Paese, ma rappresenta davvero tutta la sua cultura? Chi attribuisce a uno Stato il monopolio dell’identità di una nazione? E quando gli artisti sono costretti ad abbandonare il proprio territorio per continuare a creare, smettono forse di appartenere alla cultura del loro popolo? Uno Stato può controllare la propria rappresentanza diplomatica. Ma può controllare l’identità culturale di un popolo?
Il confessionale e l’intelligenza artificiale
Tra le installazioni, una mi è sembrata particolarmente emblematica.Un confessionale all’interno di una chiesa. Lo spazio che tradizionalmente custodisce i segreti umani, dove una persona rivela la propria intimità confidando nella riservatezza, si trasforma in un luogo di sorveglianza. L’identità non è più soltanto una condizione umana. Diventa qualcosa che può essere osservato, riconosciuto e potenzialmente registrato..
La scelta di questo simbolo mi sembra straordinaria.
Per secoli, la religione ha organizzato una parte del rapporto tra l’individuo, la sua coscienza e l’autorità. Oggi la tecnologia rende possibile una nuova forma di confessione, molto meno volontaria. Non abbiamo più bisogno di dichiarare i nostri pensieri perché alcuni aspetti della nostra vita diventino conoscibili. I nostri spostamenti, le nostre scelte, le nostre abitudini, le nostre relazioni e i nostri comportamenti producono già tracce digitali. L’intelligenza artificiale amplia la capacità di incrociare queste informazioni, riconoscere schemi e costruire classificazioni di individui e gruppi.Ho pensato a Michel Foucault e a Sorvegliare e punire. Nascita della prigione (1975), dove il filosofo analizza il panopticon e il funzionamento di un potere che può indurre gli individui a disciplinare il proprio comportamento attraverso la possibilità costante di essere osservati.


Non è necessario che qualcuno ci guardi in ogni momento. È sufficiente che non possiamo sapere quando siamo osservati. Ho pensato anche a Shoshana Zuboff, che nel libro Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri (2019) descrive un sistema economico in cui le esperienze umane vengono trasformate in dati, utilizzati per prevedere e influenzare i comportamenti. E a Ruha Benjamin, che in Race After Technology: Abolitionist Tools for the New Jim Code (2019) mostra come sistemi tecnologici presentati come neutrali possano riprodurre e rafforzare discriminazioni già esistenti. Questi studi rendono il confessionale della mostra ancora più inquietante. La sorveglianza digitale non deve necessariamente presentarsi con il volto della repressione. Può arrivare accompagnata da promesse di sicurezza, comodità, efficienza e protezione. Naturalmente, la tecnologia può anche essere uno strumento di libertà. Molto dipende da chi controlla i sistemi, dai limiti imposti al loro utilizzo e dai diritti garantiti agli individui. Ma una domanda rimane: quando la sorveglianza sarà così integrata nella vita quotidiana da diventare quasi invisibile, saremo ancora capaci di riconoscere il punto in cui finisce la nostra libertà?
Il sacro, il corpo e la sottomissione
La chiesa non è soltanto uno scenario. La sua architettura e i suoi simboli partecipano alla costruzione dell’opera.


Le telecamere di sorveglianza assumono la forma di una croce. Nei dipinti di Sergey Grinevich, corpi piegati, volti terrorizzati e riferimenti alla crocifissione avvicinano la sofferenza religiosa alla violenza contemporanea. In Dogs of Europe, Nicolai Khalezin trasforma libri proibiti in un’enorme massa compressa, come se fosse possibile schiacciare fisicamente il pensiero. Gli interventi di Vladimir Tsesler, la composizione sonora di Olga Podgayskaya e l’esperienza sensoriale proposta da Rasmus Munk ampliano la sensazione di controllo. L’insieme è toccante proprio perché non offre soltanto immagini di sofferenza. Fa vivere al visitatore un ambiente nel quale la libertà sembra costantemente minacciata. Non vi ho visto necessariamente una critica alla fede religiosa, ma una riflessione sulla facilità con cui simboli destinati alla protezione possono essere appropriati dalle strutture di potere. Il confessionale, in questo contesto, smette di rappresentare soltanto la Bielorussia. Diventa una possibile immagine del nostro futuro.
Ma questa denuncia produce effetti reali?
È la domanda che mi ha accompagnata più a lungo dopo la visita. Siamo alla Biennale di Venezia, uno degli spazi più prestigiosi dell’arte contemporanea. I visitatori osservano, fotografano, commentano. Gli artisti denunciano. I critici scrivono. E poi?

Che cosa cambia concretamente nella vita di chi continua a essere sottoposto al potere denunciato? Un’installazione non rovescia un governo. L’indignazione di un visitatore non produce necessariamente una trasformazione sociale. Esiste anche il rischio che la sofferenza altrui diventi un’esperienza culturale consumata da un pubblico che, uscendo dalla mostra, ritorna alla sicurezza della propria vita. Ma forse stiamo cercando l’effetto dell’arte nel posto sbagliato. La forza di questa esposizione non consiste soltanto nel mostrare ciò che accade oggi in Bielorussia. Consiste nel farci riconoscere meccanismi che domani potrebbero essere utilizzati in società molto diverse. I governi passano. Le tecnologie rimangono, si sviluppano e possono essere utilizzate da nuovi poteri. La sorveglianza che oggi riconosciamo come strumento di repressione in un Paese potrebbe essere presentata domani, altrove, come una necessità amministrativa o una garanzia di sicurezza. Questo non significa che tutte le nazioni siano destinate a diventare autoritarie. Significa che il rapporto tra tecnologia e libertà richiede una discussione permanente. Forse è proprio questo il merito maggiore della mostra: trasformare una denuncia del presente in una domanda rivolta al futuro. Uscendo da quella chiesa, ho continuato a pensare al confessionale. Per secoli, gli uomini sono entrati in quel piccolo spazio per rivelare ciò che custodivano in segreto. Nel mondo digitale, forse la questione più importante non sarà più ciò che decidiamo di confessare, ma tutto ciò che potrà essere scoperto su di noi senza che abbiamo scelto di rivelarlo. E quando finalmente ci accorgeremo di essere osservati, avremo ancora la libertà di sottrarci allo sguardo di chi ci sorveglia?
Vilma Bieniek
Venezia, ottobre 2026.
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