Biennale di Venezia 2026 — Impressioni | Articolo 2
Un uomo più grande dello spazio
La mia visita alla mostra di Tadeusz Kantor aveva una motivazione profondamente personale. Durante le mie ricerche genealogiche, ho scoperto che le nostre storie familiari si intrecciano attraverso la famiglia Berger, originaria della regione di Cracovia. La mia bisnonna, Marianna Josefa Berger, era sorella di Józef Berger, nonno materno di Tadeusz Kantor, e di Robert Berger, nonno materno del compositore Krzysztof Penderecki. Helena Berger, madre di Kantor, e Zofia Berger, madre di Penderecki, appartenevano dunque alla stessa famiglia di mio nonno, Ludwik Bieniek.
Kantor nacque a Wielopole Skrzyńskie, nella stessa regione della Polonia da cui proveniva mio nonno. Per questo, visitare la sua mostra non ha significato soltanto incontrare l’opera di uno dei grandi artisti del Novecento, ma anche avvicinarmi a una storia che, in qualche modo, appartiene alla mia stessa famiglia. Una geografia condivisa, attraversata da generazioni, migrazioni, memorie e diverse forme di espressione artistica.





Emballages — La poetica degli ombrelli
Nella serie Emballages, Tadeusz Kantor trasforma l’ombrello, un oggetto comune e quotidiano, in un elemento poetico e profondamente simbolico. Ombrelli rotti, deformati e incorporati alla superficie pittorica perdono la loro funzione originaria e acquistano una nuova esistenza artistica. Per Kantor, l’ombrello diventa una sorta di involucro metaforico dell’esistenza umana: custodisce fragilità, ricordi, speranze e contraddizioni. È proprio questa capacità di restituire dignità artistica agli oggetti più umili a rendere rivoluzionaria la sua ricerca. Ciò che la società considera insignificante diventa, nelle sue mani, materia di memoria e di poesia. Ma nulla mi aveva preparata a ciò che avrei provato davanti ai suoi dipinti.
Kantor era più grande di quello spazio. Era un’esplosione.
In una delle sue serie, ho visto corpi precipitare, figure contorte, un’umanità che sembrava portare il peso della propria esistenza. E sotto quei corpi immensi, una piccola chiesa, un paesaggio dell’infanzia, come se l’artista continuasse a precipitare sulle proprie origini. Ho visto anche la sua critica alla violenza del fascismo, alle strutture autoritarie e alle carcasse che ci portiamo addosso: le nostre paure, le nostre obbedienze, i ricordi e i fantasmi che insistono nell’accompagnarci. E ho incontrato un musicista. Quella figura mi ha emozionata in modo particolare. Ho un figlio direttore d’orchestra e ho riconosciuto in quell’immagine l’intensità della creazione musicale, la lotta tra ordine e caos, tra corpo ed espressione.




Cholernie spadam! — Sto cadendo, maledizione!
L’identificazione è certa. Si tratta di opere appartenenti al ciclo delle cadute, in cui compare, nella parte inferiore dei dipinti, la chiesa di Wielopole Skrzyńskie. Lo stesso Kantor sembra rappresentare simbolicamente il proprio ritorno al luogo della sua infanzia.Kantor è stato un artista capace di trasformare la memoria in materia viva. La sua opera non permette al passato di riposare, perché sa che la storia, quando viene dimenticata, rischia di ripetere le proprie violenze. Sono uscita da quella sala con un sentimento di orgoglio, ma anche con una strana sensazione di vicinanza a quell’universo. Forse perché, in qualche modo, quei paesaggi, quei ricordi e quell’inquietudine appartengono anche alla storia della mia famiglia.
Kantor non poteva essere contenuto in quella sala. La sua arte era più grande delle pareti, più grande del tempo. E, per qualche istante, ho sentito di ritrovare anch’io una parte delle mie origini.
Vilma Bieniek — Venezia, ottobre 2026
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